Perché il pensiero economico di Tremonti stupisce e a volte irrita il centrodestra

Pianificare, l’aveva pianificata. E con largo anticipo: già all’inizio di settembre Giulio Tremonti aveva chiesto allo staff di predisporre la trasferta a Washington (con prenotazioni “chiuse” su voli di linea) per atterrarvi con largo anticipo rispetto all’apertura della sessione autunnale del Fondo monetario internazionale. Quindi il giorno del voto parlamentare su Marco Milanese, sul cui esito il ministro non manifestava ottimismo. Una fuga? Non è giusto definirla tale, forse: magari l’acuirsi, rispetto alla dura trincea italiana, di un’attrazione verso i consessi internazionali.
24 SET 11
Ultimo aggiornamento: 16:37 | 19 AGO 20
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Ecco: le multiformi mutazioni tremontiane che fanno imbestialire il centrodestra – da paladino della liberazione dalle tasse a spietato controllore di contribuenti d’ogni sorta; da pioniere dell’avventura liberista al fianco del Cav., e autore nel ’97 del “manifesto liberale contro lo stato criminogeno”, a riscopritore dello statalismo colbertista; da propugnatore della “società di proprietari, perché nel possesso delle case è la libertà” a non chiaro oppositore di nuove tasse sugli immobili; da anticinese a filocinese con tanto di conferenze alla scuola del Partito comunista di Pechino – fanno imbufalire l’anima profonda del centrodestra.
Sempre più negli ultimi tempi il titolare dell’Economia sembrava preferire quel mondo fatto di convegni Aspen (è presidente della sezione italiana e ci tiene moltissimo), di colloqui con il Financial Times, di presentazioni di libri con Walter Veltroni ed Enrico Letta, e dialoghi con Mario Monti, che ieri lo ha difeso: “Sgradevole vedere come sono state voltate le spalle a Tremonti”, ha detto ieri l’ex commissario Ue.
Il giovane ministro che nel ’94 si presentò al convegno confindustriale di Capri con mocassini senza calzini, è oggi sempre più vicino a un establishment un po’ leftist, del tipo Terza via, dove pare più a suo agio che nelle kermesse arrembanti di Palazzo Grazioli. Ma al tempo stesso resiste l’altro Tremonti, quello pop, versione costruita almeno fino a quando il caso Milanese e la bocciatura della manovra di luglio lo hanno intristito nell’intimo. Il pop-Tremonti chiede di confezionargli una metafora calcistica, sport che detesta, per spiazzare Berlusconi seduto accanto a lui. Fortuna che le varie idee (esempio: “Siamo andati in goal in contropiede”) sono finite nel cestino. Per spiegare la riforma delle elementari espone la formula “Una scuola, un maestro, un libro”, perché “la mente umana risponde a stimoli semplici”. Lasciando Mariastella Gelmini alle prese con valanghe di ricorsi (accolti) dei precari. Ancora, promette “una riforma di tre sole aliquote e cinque imposte”. Sennonché la delega fiscale ha già cumulato una massa monumentale di cinque documenti in Excel e 4 mila pagine. Il solo “riordino e semplificazione” del prelievo sulle rendite finanziarie è composto da 28 commi che a loro volta rinviano a decreti attuativi. Non male per chi anni fa si guadagnò la ribalta scrivendo con Giuseppe Vitaletti il pamphlet “Le cento tasse degli italiani”. Secondo i critici l’ipertecnicismo – e quindi la tendenza a infarcire le leggi di sterminati articolati – è un’altra degenerazione tremontiana, mentre per i tecnici del ramo è ineluttabile per un sistema normativo come quello italiano. Ma il ministro che nel 2004 fu costretto alle dimissioni dal ticket Casini-Fini, lasciò agli atti una riforma di due sole aliquote (sopra e sotto i 100 mila euro), e otto cartelle.
L’altro capitolo fondamentale nella mutazione resta il rapporto con le banche e le fondazioni creditizie. Nel 2002-2003 Tremonti si batté contro i big bancari all’assalto di Mediobanca. Non è leggenda il portapenne ricavato dal barattolo Cirio sul suo tavolo al ministero di via XX Settembre, a simboleggiare la coda di paglia dei mammasantissima del credito in quello scandalo, cui seguì il crac Parmalat.
Al contrario il Tremonti attuale è quello che ha ricercato con i banchieri e i loro potenti e discreti padroni delle fondazioni un rapporto di collaborazione e relazioni. Le riunioni con cadenza quindicinale a Milano; il terreno di incrocio nella Cassa depositi e prestiti, la cassaforte in cui confluisce il risparmio postale e di cui sono co-azionisti Tesoro e fondazioni, prima avversate e poi assecondate; l’intesa con Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, e Franco Bassanini, presidente della Cdp ed ex ds non dalemiano vicino alla Fondazione Mps.
La ricerca di stimoli intellettuali, adeguati al mutare dei tempi, lo ha portato anche – dopo aver criticato virulentemente l’ingresso nell’euro gestito da Romano Prodi – a dialogare proprio con l’antico mondo prodiano, attento all’economia reale e allo studio incessante dei dati: oltre a Guzzetti, il banchiere e manager Massimo Ponzellini, prodiano antemarcia e ora ipertremontiano; e gli economisti Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis, vice presidente della Fondazione Edison, che con le sue elaborazioni statistiche ha spesso fornito la base fattuale alle intuizioni sulla solidità del sistema industriale italiano e alla necessità di una flemma rigorista nella finanza pubblica d’impronta germanica. Ma da qualche tempo è proprio l’intransigenza rigorista di Angela Merkel ad essere additata da Tremonti: “Tre anni fa il G20 riuscì a contenere la crisi – ha detto ieri il ministro – adesso tutto dipende dall’Europa, e l’Europa dipende dalla Germania, e in Germania dipende dalla capacità che penso abbiano e devono avere di superare le loro incertezze e di capire che l’Europa è un bene comune per tutti, compresi loro”. Nella strategia banco-finanziaria di sistema il ministro aveva puntato soprattutto su Giovanni Bazoli, presidente di Intesa, per scavalcare la generazione di amministratori delegati ex McKinsey, Corrado Passera in testa. Operazione potente nelle intenzioni, ma rimasta a metà.
Ma forse le evoluzioni, e le contraddizioni del pensiero tremontiano, sono anche la ricerca pragmatica di soluzioni adeguate a mutati scenari economici: in tempi normali l’elettorato vuole libertà, e quindi le idee mercatiste raccolgono consensi; in tempi di recessione e di incertezze il popolo chiede sicurezze, e quindi la flemma colbertista può essere utile.